Esteri

La “Dop-economy” di Mattarella, nel mirino dei dazi di Trump

La Ue che piange per il dazio Usa al 25% sulle auto, è la stessa che si appresta a imporre la tassa sulle emissioni alla frontiera e a vietare tout court l’importazione di diesel e benzina

Trump Mattarella

Avevamo lasciato il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella al suo gran discorso in Francia, dedicato agli equilibri internazionali. Che ci aveva lasciato concludere come si sbagliano tutti coloro che si attardano a credere si possa essere, contemporaneamente, europeisti ed atlantici. Ultimamente, Mattarella ha esteso il proprio sguardo alle questioni commerciali.

In generale, il solito Mattarella

La versione che ci pare più completa è quella da lui offerta ad “una rappresentanza di studenti di Istituti agrari e alberghieri”, lo scorso lunedì 24 agosto. Lì, ha dato un saggio delle proprie convinzioni che ci permettiamo di definire ideologiche. Anzitutto, egli ancora rimpiange il rigetto francese della CED-Comunità europea di difesa, avvenuto nel lontanissimo 1954 (71 anni fa): “ne paghiamo ancora le conseguenze”.

In secondo luogo, “Schengen consente di viaggiare dal Portogallo alla Romania, dalla Grecia alla Svezia” … come se fosse stato difficile varcare i confini, prima del 1995 … come se oggi quel trattato non fosse sospeso in molteplici Paesi aderenti.

In terzo luogo, l’unione monetaria è una meraviglia: “l’Euro. Senza quello strumento, i risparmi dei cittadini europei sarebbero stati travolti dalle crisi finanziarie drammatiche dell’inizio di questo millennio”. E qui ci asteniamo da ogni commento.

In quarto luogo, il fatto che “il nostro apparato produttivo è strettamente interconnesso, integrato con gli apparati produttivi di altri grandi Paesi d’Europa. Questo fa dell’Europa un soggetto forte, autorevole sul piano economico”. Senza riguardo alla circostanza che, dentro una integrazione, non è la stessa cosa essere capo-filiera, che possiede marchio e rete di distribuzione e può liberarsi delle imprese fornitrici (ciò di cui godono le grandi imprese tedesche), ovvero fornitore, che rischia ogni giorno di essere sostituito da concorrenti terzi (ciò di cui soffrono le imprese italiane).

Ma, fin qui, nulla di interessante: è sempre il solito Mattarella, leuropeista de fero, dal quale sarebbe illusorio attendersi alcunché di diverso.

Mattarella for the Dop-economy

Ciò che ancora non conoscevamo, erano le presidenziali convinzioni in materia di commercio. I dazi “creano ostacolo ai mercati. E ostacolano la libertà di commercio”. E va bene. Ma poi aggiunge che gli stessi dazi “alterano il mercato, penalizzano i prodotti di qualità, perché tutelano quelli di minor qualità”. E qui nasce il problema, in quanto: chi decide che un prodotto sia di maggiore o minore qualità? Se lo decide il consumatore, nulla quaestio. Ma se lo decide il regolatore, le cose si fanno molto più complicate.

Mattarella si fa vanto che l’Italia sia “il primo Paese dell’Unione come prodotti tutelati. Vi sono centinaia di prodotti italiani che sono di denominazione di origine protetta, di indice geografico protetto, di specialità tradizionali garantite. L’Italia, più di ogni altro Paese dell’Unione, ha un numero alto di prodotti con queste protezioni, dimostrando – questo – la grande qualità della nostra agricoltura”.

Ma dire prodotti tutelati, significa dire tutelati dalla concorrenza, anche internazionale. Significa dire che un contadino statunitense non può esportare in Italia un “barolo del Colorado”, una “mozzarella del Nebraska”, un “prosecco del Maine”. A prescindere dalla qualità di questi ultimi, bensì unicamente in base alla normativa vigente qui da noi. La quale, quindi, non solo ostacola la libertà di tale specifico commercio, ma proprio la impedisce.

Tale sistema regolamentativo, lungi dal dimostrare la – peraltro indiscutibile – grande qualità della nostra agricoltura dimostra, semmai, il genere di ostacoli al commercio internazionale, delle quali la Ue è regina. Sino a configurare quella che Mattarella ha ribattezzato “Dop economy”: l’economia a denominazione di origine protetta.

Trump against the Dop-economy

Il tema è all’onore delle cronache, in ragione dell’importanza ad esso assegnata dalla amministrazione Trump, in vista del suo “liberation day for trade”, il mercoledì 2 aprile che viene.

Quel giorno, egli renderà pubblico l’esito di una serie di indagini sulle relazioni commerciali statunitensi, concentrati su altrui “tasse, sussidi e regolamenti ingiusti”: “ciò che rende la situazione più nuova è che gli Usa affermano che si vendicheranno anche contro i partner commerciali che abbiano imposto le cosiddette barriere commerciali non tariffarie, come norme, regolamenti, sussidi o tasse”.

Tradotto, Trump ha capito ciò che Mattarella sembra non aver capito: tu puoi vendere liberamente il prosecco di Conegliano negli Usa, se io posso vendere liberamente il “prosecco del Maine” in Italia. E sarà il consumatore a scegliere quale dei due valga la cifra impiegata ad acquistarlo.

Mattarella dice che, nel commercio internazionale, debbono valere “le regole da far rispettare e da migliorare come efficacia”. Ma tali regole mica possiamo scriverle solo noi: dovrebbero essere condivise e non pare proprio lo siano.

La Dop-economy autoritaria e gretina

Plausibilmente, il lettore sarà restato un poco contrariato dal nostro esempio agro-alimentare. E possiamo concordare: certamente, un barolo delle Langhe sarà sempre meglio di uno del Colorado. Ma ciò non vale per la carne, ad esempio. Eppure, è ben noto che, di carne statunitense, nelle nostre macellerie ne arriva molto poca.

Eppoi, fosse tutto lì il problema: lo stesso Mattarella, pochi giorni prima al Forum dell’Olio e del Vino, spiegava come, oltre alla qualità, contassero sostenibilità e salubrità (“oggi i cibi sono sicuramente più salubri e controllati di un tempo”). Laddove, non sfugge a nessuno come tali argomenti aprano le porte della Geenna del gretinismo.

Ha voglia di sbraitare la Ue, per i dazi di Trump al 25 per cento sull’importazione di automobili, quando la stessa Ue va varando un “meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere-CBAM” per tassare l’importazione di “merci contenenti emissioni di gas a effetto serra incorporate”. Quando la stessa Ue ha legiferato di proibire la immatricolazione – quindi, l’importazione – di nuove automobili diesel o benzina, dal 2035.

Ripetiamolo: la Ue che piange per un dazio al 25 per cento, è la stessa che si appresa a vietare tout court l’importazione (che è come mettere un dazio del 10000000 per cento) di quegli stessi prodotti. Sicché, la “Dop economy” sta pure diventando parecchio gretina.

Senza contare come quella stessa Ue abbia varato un Digital Act fatto apposta per censurare e, al limite, oscurare le grandi aziende digitali statunitensi. Sicché, la “Dop economy”, oltre che parecchio gretina, sta pure diventando un poco autoritaria: il che rende tutto molto più grave e complicato.

O Dop economy, o libero commercio

Lo avrà capito Mattarella? Temiamo di no, visto che accusa Trump “di protezionismi immotivati, di chiusura dei mercati dal sapore incomprensibilmente autarchico”. Laddove, accusare qualcuno di autarchia è come accusarlo di fascismo … visto che l’unico scemo ad aver veramente immaginato una economia autarchica fu Mussolini.

Ma Trump non ha minimamente in mente di trasformare gli Usa in una economia autarchica. Bensì, bien au contraire, Trump ha in mente di abbattere quelle barriere commerciali tariffarie e non tariffarie che ostacolano l’export statunitense. Vestendo le contese transatlantiche sulle norme leuropee gretine ed autoritarie, di un vestito commerciale: in modo da renderle risolvibili … sempre che, qui da noi, si sia disposti a tirare fuori la testa dalla sabbia.

Dice Mattarella che “commerci e interdipendenza sono elementi di garanzia della pace”. Ed ha ragione, naturalmente. Ma deve scegliere: o “commerci e interdipendenza”, oppure economia a denominazione di origine protetta, oltretutto un poco autoritaria e parecchio gretina.

Conclusioni

Insomma, pure in materia di commercio, possiamo ribadire che si sbagliano tutti coloro che si attardano a credere si possa essere, contemporaneamente, europeisti ed atlantici. Pure in materia di commercio, noi siamo atlantici, ci teniamo a precisarlo.