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Cosa non torna nella sentenza su Le Pen

La leader della destra francese condannata a quattro anni di carcere e cinque anni di ineleggibilità. Ma non tutto fila

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I fatti ormai sono noti: oggi un tribunale di Parigi ha emesso una sentenza nei confronti di Marine Le Pen, leader del partito di destra Rassemblement National, condannandola a quattro anni di reclusione. Di questi, due anni sono con pena sospesa, mentre gli altri due potranno essere scontati tramite braccialetto elettronico. Ma soprattutto la Le Pen è stata condannata a cinque anni di ineleggibilità per appropriazione indebita di fondi pubblici provenienti dal Parlamento europeo e a una multa di 100.000 euro. Sebbene si tratti di una condanna di primo grado, il tribunale ha deciso di applicare immediatamente l’ineleggibilità, stabilendo che la pena abbia “esecuzione provvisoria”. Ciò significa che la leader di destra non potrà candidarsi alle elezioni locali o nazionali, incluse quelle presidenziali del 2027, a meno che non ottenga una sentenza favorevole in appello.

Questa condanna rappresenta un colpo pressochè esiziale per la Le Pen, considerata una delle principali favorite alle prossime presidenziali. Sebbene manchino ancora due anni e i sondaggi possano essere variabili, il Rassemblement National ha raggiunto una popolarità senza precedenti ed è stato il partito con il maggior numero di voti alle elezioni legislative dell’anno scorso. Nonostante la condanna, Le Pen manterrà il suo seggio di deputata all’Assemblea Nazionale, la camera bassa del parlamento francese.

Oltre alla Le Pen, altre 23 persone sono state condannate, tra cui otto eurodeputati e dodici assistenti parlamentari, coinvolti nell’inchiesta. Il tribunale ha stabilito che questi assistenti, pur formalmente retribuiti dal Parlamento europeo, lavoravano in realtà per il partito in Francia, violando le normative che vietano l’uso dei fondi europei per attività politiche nazionali. L’indagine ha rivelato che, tra il 2004 e il 2016, i fondi europei utilizzati illecitamente ammontavano a circa 2,9 milioni di euro. Per questo motivo, il Rassemblement National è stato multato con 2 milioni di euro, metà dei quali dovrà essere versato immediatamente, mentre l’altra metà consisterà nella confisca di beni.

La Le Pen era accusata di aver assunto quattro assistenti parlamentari, il tribunale ha confermato la tesi della procura secondo cui il Rassemblement National aveva creato un sistema fraudolento di appropriazione indebita e “contratti fittizi”. Questo sistema, inizialmente ideato sotto la direzione di Jean-Marie Le Pen, padre di Marine e storico leader del partito, sarebbe stato poi proseguito da Marine Le Pen dopo che ha preso la guida del partito nel 2011. Le indagini sono iniziate nel 2016, poco dopo che il Front National, allora guidato da Le Pen, aveva visto una notevole espansione, passando da 3 a 23 eurodeputati dopo le elezioni europee del 2014.

Le tappe del processo

L’indagine sulla Le Pen e il suo partito risale al 2015, quando l’allora presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, informò le autorità francesi di un possibile utilizzo fraudolento dei fondi destinati al pagamento degli assistenti parlamentari del partito. In seguito venne coinvolto l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf), che stava già indagando sull’attività degli assistenti della leader della destra transalpina. Le autorità francesi avviarono le loro indagini nello stesso anno, scoprendo presunte discrepanze nei contratti di lavoro dei collaboratori.

Nel 2016, la procura di Parigi aprì un’inchiesta giudiziaria per appropriazione indebita e sospetto di frode organizzata. Due anni dopo, nel 2018, la Le Pen fu condannata a restituire al Parlamento europeo circa 300.000 euro per l’uso improprio dei fondi. Il processo francese è stato annunciato lo scorso anno. Sebbene l’Olaf abbia potuto indagare per sostenere le richieste di restituzione dei fondi europei, come sottolineato dal magistrato Chabrot, si tratta comunque di una “procedura europea e finanziaria”, mentre il procedimento in Francia riguarda l’appropriazione indebita di denaro pubblico e ha un carattere penale.

Il Parlamento europeo ha deciso di costituirsi parte civile nel processo, con l’intento di ottenere un risarcimento per i danni finanziari e reputazionali subiti. Un portavoce del Parlamento ha confermato a Euronews che sia i cittadini dell’Unione Europea che i contribuenti francesi sono stati danneggiati da questo caso. Una precedente stima dei danni, risalente al 2018, indicava un ammontare di quasi 7 milioni di euro, cifra che è stata successivamente aggiornata.

Cosa non torna

La portata della condanna nei confronti della Le Pen è enorme. Quando venne richiesta dalla procura, l‘applicazione immediata dell’ineleggibilità nei confronti della tre volte candidata sconfitta all’Eliseo è stata biasimata persino dai suoi principali avversari. La sentenza odierna non fa che lasciare dubbi: in base al dispositivo, la Le Pen non potrà più partecipare a nessuna elezione sin da subito, anche in caso di appello positivo in secondo grado. Sì, perché resterà ineleggibile anche se non condannata definitivamente: un giudice, a fine 2026, poco prima delle Presidenziali, potrebbe assolverla. Ma correre per l’Eliseo con questa spada di Damocle sulla testa sarebbe praticamente impossibile. Non vi sembra assurdo?

L’avvocato della politica ha annunciato appello, che però non avrà effetti sull’esecuzione immediata dell’ineleggibilità. In base a quanto riportato dal quotidiano Le Figaro, stando ai termini abituali, il processo di secondo grado potrebbe tenersi almeno tra un anno e saranno necessari ulteriori tre mesi di attesa per la pronuncia del nuovo verdetto, ossia poco prima del voto presidenziale del 2027. La Le Pen potrebbe dunque sfuggire all’ineleggibilità, ma sarebbe una corsa contro il tempo e le condizioni di una candidatura in queste condizioni sembrano complicate. In caso di condanna in appello, alla Le Pen resterebbe poi il ricorso in Cassazione.

“Come possiamo immaginare che una decisione non definitiva possa ostacolare una candidatura? – scrive su Le Figaro – È legittimo il giudice penale di primo grado ad adottare, per effetto esclusivo della sua sentenza e a suo insindacabile giudizio, un provvedimento che ha effetti così irreversibili sulla vita politica del Paese?”. Con una sentenza del genere il giudice s’è trasformato in attore politico, perché con la sua sentenza priverà milioni di francesi  di votare il candidato prescelto alle elezioni più importanti del Paese. In soldoni: si tratta di un’usurpazione del ruolo politico che mette in discussione la neutralità del sistema giudiziario rispetto alle questioni elettorali.

La sentenza odierna non fa altro che sfumare i confini tra il diritto e la politica, mettendo in discussione l’equilibrio che dovrebbe esistere tra il potere giudiziario e quello legislativo. Basti pensare inoltre al pericolo che un sistema giudiziario troppo coinvolto nelle dinamiche politiche possa minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche. Se la giustizia si intromette così apertamente nelle elezioni, può essere vista come un potere che limita la libertà di scelta degli elettori, rendendo il processo elettorale più suscettibile a influenze esterne. Questa vicenda solleva una questione centrale per la democrazia: fino a che punto è legittimo che il sistema giudiziario intervenga nel processo elettorale? L’indipendenza del giudice è fondamentale, ma la sua imparzialità deve essere preservata. E questo tipo di interventi rischia di destabilizzare il sistema e di portare alla percezione che le elezioni siano controllate da forze al di fuori della volontà popolare.

Non è tutto. Sì, perché quello che ha coinvolto la Le Pen non è il primo processo di questo tipo in Francia. All’inizio del 2025 un altro partito politico francese è stato accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici, parliamo del Movimento democratico centrista (MoDem), in coalizione con il partito Renaissance di Emmanuel Macron. La giustizia ha imposto un risarcimento di 300mila euro per aver utilizzato i fondi dei deputati per finanziare il partito ma attenzione: a differenza di quanto accaduto con la Le Pen, il leader del partito François Bayrou è stato assolto. Sospensione della pena detentiva e multe di decine di migliaia di euro per ex eurodeputati e membri del partito. Due pesi e due misure. Ma vi stupite?

Franco Lodige, 31 marzo 2025

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