Finanza

Adieu Vivendi, Poste riporta Tim in mani italiane

Il gruppo che fa capo al Tesoro diventa primo azionista con il 24,8%. Operazione da 684 milioni.

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Poste riporta Tim sotto il controllo italiano. Il gruppo che fa capo al Tesoro e a Cassa Depositi e Prestiti ha rilevato da Vivendi un altro 15% di Tim, salendo al 24,81% del capitale. Poste è ora il maggiore azionista del gruppo di tlc e si posiziona a ridosso della soglia oltre la quale scatterebbe l’obbligo di promuovere un’offerta pubblica.

L’accordo tra Poste e Vivendi vale 684 milioni e chiude virtualmente il cerchio della scalata con cui Roberto Colaninno rilevò nel 1999 l’allora Olivetti-Telecom. Si tratta dell’operazione battezzata con “la madre di tutte le Opa” che sancì la definitiva ascesa della cosiddetta “razza padana” nel gotha della finanza nazionale con il supporto di Mediobanca.

Nel 1999 Telecom era stata poco privatizzata, con un’operazione maldestra e incapace di darle un nocciolo duro di azionisti stabili. L’imprenditore mantovano, scomparso nell’agosto del 2023, ne approfittò.

Come nota Nicola Porro nella Zuppa odierna, Colaninno mise su piatto 102mila miliardi di lire (60 miliardi di euro circa) per acquistare Telecom, mentre oggi Vivendi ha messo una pietra tombale sulle sue mire espansionistiche nella Penisola per una frazione di quella somma.

Il vizio alla nascita dei piani di Colaninno fu però quello di aver orchestrato un’operazione di acquisto praticamente tutta a debito. Questo appesantì enormemente la sua Telecom, rendendo davvero difficile ogni investimento e piano di sviluppo organico per quella che era allora una delle tlc migliori e più profittevoli nel panorama internazionale.

Tim sarebbe quindi passata da numerose mani e gestioni: prima Pirelli, che rilevò con Benetton un pacchetto prossimo al 24% tramite la holding Olimpia, poi le infruttose trattative con Murdoch, quindi la stagione che ha visto Telefonica come partner industriale. Infine appunto a Vivendi.

Al gruppo francese resta ancora un pacchetto del 2,5% di Tim, ma di fatto la sua campagna d’Italia è giunta ai titoli di coda. L’accordo con Poste chiude inoltre una fase di rapporti molto burrascosi anche in occasione della vendita della rete.

Quanto accaduto in casa Tim replica peraltro l’altrettanto maldestra scalata che Vivendi ha tentato ai danni di Mediaset. Operazione di attacco miseramente fallita e poi finita in una lunghissima battaglia legale, mentre la Fininvest della famiglia Berlusconi si teneva ben stretto il gruppo televisivo che ha fondato il Cavaliere.

Alla fine Mediaset, ormai divenuta MfE, si è liberata dei transalpini e si è posta l’obiettivo di creare un broardcaster europeo. Il passo più recente in questa direzione è stata l’Opa sulla tedesca Prosienben, di cui il Biscione è già primo azionista.

Ma torniamo a Tim, per cui Poste ha messo sul piatto 0,2975 ad azione, quindi meno del prezzo segnato in Borsa venerdì dal gruppo tlc guidato da Pietro Labriola. Poste ha finanziato l’operazione per cassa e sottolinea che il dossier, su cui hanno lavorato spalla a spalla l’amministratore delegato Matteo Del Fante e il direttore generale Giuseppe Lasco, ha una ratio strategica.

Poste dichiara infatti di voler svolgere un ruolo di azionista industriale di lungo periodo di Tim, creando di sinergie tra i due gruppi, apportare valore aggiunto per tutti gli stakeholder, oltreché promuovere il consolidamento del mercato delle telecomunicazioni in Italia.

Il primo passo sarà la fornitura di servizi per l’accesso di Postepay, società interamente controllata da Poste, all’infrastruttura di rete mobile di TIM a partire dal prossimo primo gennaio. Sono inoltre in corso valutazioni finalizzate all’avvio di partnership industriali dai servizi ICT e dei contenuti media, a quelli finanziari, assicurativi e dell’energia.

Per quanto riguarda il consolidamento del settore, gli occhi sono passato su una possibile collaborazione con la low cost francese di Iliad. Questa volta però con gli italiani in cabina di regia. Per quanto riguarda la rete, ormai scorporata da Tim, la sfida del governo è quella di trovare il modo di unire Open Fiber a FiberCop, dove però ci sono altri fondi di private equity da convincere.

Nel caso si realizzi l’asse tra Tim e Iliad, diminuendo da 4 a 3 degli operatori tlc attivi nel nostro Paese, resta da capire che cosa accadrà sul fronte dei prezzi. Questi ultimi sono da tempo oggetto di una forte competizione al ribasso.

Una pressione commerciale che di certo sta aiutando le famiglie italiane che hanno ormai almeno un cellulare per ogni loro componente, ma che lascia ben pochi margini agli operatori. Con l’esito di frenarne gli investimenti.

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