L’abbiamo detto che il Manifesto di Ventotene bisogna ringraziarlo: è come se avesse dato la stura a tutte le nefandezze, le pulsioni maligne di una sinistra che non si decide a cambiare, che non sa cambiare, alla prima occasione riscopre le sue tare, i suoi vizi e pessimi vizi, meschini vizi: l’arroganza, la paccottigia ideologica, la mediocrità culturale. Su tutto, l’eterna pulsione di fare blocco, fare cosca tra quelli che si contano e si sentono votati al bene, che coincide col tornaconto.
Ventotene siamo noi e voi non siete un cazzo. Un umorista in disarmo si alza dall’amaca e lancia un sabato europeista all’insegna dei padri costituenti di Ventotene, che non c’è mai stato, per fortuna, perché era una teorizzazione leninista che puntava a distruggere l’individuo sottraendogli la proprietà delle sue cose personali: partecipano in trentamila al grido chi non c’è è un fascista, poi si scopre il solito giro pubblicitario, le solite figurine del presepe alloggiate e spesate a sacrificio di tutti, col Comune di Roma che fa finta di niente; uno, famoso per dire ai rivali di partito “inginocchiati se no ti sparo in testa” dice che va bene così, che si fa così. L’umorista non prova neppure una delle sue strazianti battute, si sfila, aveva dato appuntamento nel solito modo della sinistra vanesia e inconcludente, “non perdiamoci di vista” ma di fronte all’imbarazzo è Il primo a sparire dalla vista.
Un collega, un giullare di corte, va, invitato non si è saputo da chi, alla televisione pubblica a rompere i coglioni col manifesto di Ventotene che nessuno conosce o hanno dimenticato: gli danno un milione secco per fare propaganda in modo triste, noioso, ma bisogna fingere che sia Dante redivivo, se lo trovi noioso, se non cadi in deliquio sei fascista, sei contro Ventotene. Un ex boiardo votato alla Cina maltratta una giornalista che gli chiede un parere sulla proprietà privata che la sinistra griffata vorrebbe ancora estirpare, la insulta, la prende per i capelli: e siccome Ventotene siamo noi, subito viene esaltato da quelli che riempiono i giornali con la fuffa del patriarcato bianco tossico fascista.
Tra di loro anche l’ex politico disastroso Enrico Letta, lo ricordate? Quello che le ha sbagliate tutte, quello degli occhi della tigre che in realtà erano da batrace, uno che aveva riportato la sinistra alla sua stagione veterocomunista, fanatico delle tasse, della immigrazione incontrollata, dell’ecologia disastrosa, un Buster Keaton senza speranza, mandato via dal governo, mandato via dal partito, un seminatore di fallimenti. E adesso loda il Prodi furioso, di cui fu delfino a lungo e nel peggio.
Ventotene siamo noi: che possiamo lodare il femminismo pretestuoso ed esaltare un anziano che mette le mani in testa a una femmina trattata come una che non sta al suo posto, una impertinente; siamo noi, che predichiamo, ostentiamo tolleranza ma se non la pensi come noi sei da tenere nel disprezzo, sei da odiare e emarginare; siamo noi, che schieriamo i nostri ragionieri comici, i nostri cantautori bolliti e bevuti quali alfieri di cultura ma ignoriamo tutto della cultura vera, seria e in particolare ignoriamo tutto di un manifesto vergognoso e se ce lo leggono per quello che è non vogliamo saperlo, andiamo in bestia, gli mettiamo le mani in faccia, riscopriamo il vecchio maschilismo autoritario comunista. Ventotene siamo noi che anche se non lo conosciamo ce l’abbiamo nel sangue. Ma non ditecelo!
Chiedono continue patenti di democrazia ai post fascisti, alla Meloni di governo che gliene fornisce sapendo che non serve, che non basteranno mai, ma rimangono marxisti faziosi, violenti, compiaciuti e lo rivendicano. Dovevano riunirsi, fare blocco e cosca sotto l’egida di Ventotene, la fatal Ventotene, ma sono subito evaporati in una nuvola di spocchia che ha lasciato un sentire di bruciato, di patetico, di ridicolo e sono costretti a difendere i comportamenti senili più incredibili, roba che mai si era vista da un ex capo del governo, roba che l’avesse fatta uno dell’altra parte…
Ventotene sono loro, con le antiche tare, con la solita vanagloria, da Roman de Fauvel, con l’eterna avvilente doppia morale, con la inguaribile propensione al feticcio in luogo dell’idea, la posa al posto della concretezza, l’apparenza per la sostanza. E l’arroganza del censo mentre vorrebbero proibire, ma non lo sanno, la proprietà privata. E l’estasi della stupidità mortificante di cui vantarsi per non morire, di tristezza, di mestizia, di realtà: ecco, ne abbiamo sbagliata un’altra, siamo i soliti coglioni, ma va bene così, siamo i meglio, restiamo i meglio, sotto con la prossima disfatta, non perdiamoci di vista. Ventotene sono loro, per fortuna.
Max Del Papa, 24 marzo 2025
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