La Corte Penale Internazionale fa sul serio. E dopo l’apertura del fascicolo sull’Italia per il caso Almasri, rimpatriato in Libia nonostante il mandato di arresto che pendeva su di lui, adesso la Cpi avvia l’inchiesta formale e chiede al governo spiegazioni ipotizzando che le modalità di azione del Belpaese siano state “non conformi” e “inadempienti” rispetto agli obblighi di un Paese che ha firmato lo Statuto di Roma.
La Camera preliminare, cioè l’ordine giudiziario della Cpi, ha infatti inviato a Roma una nota che avvia formalmente le procedure di accertamento e di fatto impegna l’Italia a rispondere con una nota difensiva. O meglio “osservazioni” sulla mancata consegna di Almasri.
Cosa succede, ora? Nel caso in cui le “osservazioni” del governo non dovessero apparire convincenti, o se dovesse ritenere fondate le ipotesi di “non cooperazione”, la Corte potrebbe valutare se la questione “debba essere deferita al Consiglio di Sicurezza” dell’Onu” o “all’Assemblea degli Stati”.
Secondo la Cpi, l’arresto e il successivo rilascio di Almasri per questioni un po’ giuridiche e un po’ politiche, come ha spiegato il ministro Carlo Nordio in Parlamento, “giustificano il via all’accertamento formale” per “inadempienza” alla richiesta della Corte. A non convincere i giudici dell’Aja è sia il rilascio di Almasri dopo l’arresto eseguito dalla Digos, avvenuto senza però coinvolgere il ministro della Giustizia, con relativo rimpatrio a Tripoli su un aereo dei servizi segreti. Ma a sollevare dubbi sono anche le spiegazioni fornite in un secondo momento. “Il 21 gennaio 2025, il signor Njeem è stato rilasciato e riportato in Libia – si legge nella nota inviata all’Italia e rivelata da Repubblica – L’Italia non ha cercato di avviare consultazioni con la Corte ai sensi dell’articolo 97 dello Statuto nel periodo compreso tra l’emissione del mandato d’arresto e il suo ritorno in Libia”.
In una successiva nota del 27 gennaio, invece, il ministero della Giustizia avrebbe scritto che le questioni del rimpatrio di Almasri “non rientrano nella competenza” del Guardiasigilli ma del “ministero dell’Interno”. Neppure la terza lettera inviata da Nordio il 10 febbraio ha soddisfatto la Cpi che così, prima di avviare qualsiasi procedimento “di mancata cooperazione”, ascolterà la versione italiana.