Cronaca

Scoppia il caso: vuole l’eutanasia ma il padre si oppone

La vicenda di una 24enne in Catalogna rimasta paralizzata che vorrebbe morire, finisce in tribunale coi genitori

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Recentemente, un caso di eutanasia in Catalogna ha sollevato un ampio dibattito sulla legalità e l’etica di tale pratica. Il caso coinvolge un padre e sua figlia di 24 anni, rimasta paralizzata dopo un tentativo di suicido nel 2022 e che ha deciso di porre fine alle sue sofferenze attraverso l’eutanasia. Questa vicenda, che ha scosso la Spagna, è diventata simbolo di un conflitto più ampio tra diritti individuali, scelte personali e norme legali in materia di fine vita.

Noelia, che soffre di una lesione midollare inguaribile provocata dal tentativo di suicidio, ha fatto la richiesta di eutanasia nell’aprile del 2024 dopo aver vissuto un lungo periodo di sofferenza psicofisica. In Spagna l’eutanasia è stata legalizzata il 25 giugno del 2021. La nuova legge consente ad un paziente incurabile di ricevere assistenza a morire per evitare “sofferenze insopportabili “. Le condizioni per farlo, tuttavia, rimangono rigorose: il richiedente deve essere “idoneo e cosciente” al momento della domanda, questa deve essere presentata per iscritto e riconfermata in seguito e deve ottenere l’autorizzazione di un comitato di valutazione.

A luglio del 2024 quindi, gli esperti della Commissione di garanzia e valutazione della Catalogna avevano stabilito che la richiesta di Noelia era conforme alla legge, che stabilisce che qualsiasi persona in possesso delle proprie facoltà e affetta da una “malattia grave e incurabile” o da una condizione “cronica e invalidante” possa richiedere assistenza per morire, a condizione che soddisfi questi determinati criteri.

Ma il primo agosto 2024 il padre, assistito dall’associazione ultra-conservatrice “Abogados Cristianos” (Avvocati Cristiani) riesce ad ottenere la sospensione cautelare della morte assistita della figlia, poche ore prima che venisse realizzata nell’Ospedale Residenziale San Camil di Barcellona, sostenendo che la giovane non fosse “nel pieno controllo delle proprie facoltà” soffrendo da anni di disturbi mentali che potrebbero aver compromesso la sua capacità di giudizio. La ragazza non si perde d’anima e martedì scorso, ha ribadito in tribunale la sua volontà di morire, con dignità dimostrando a tutti i presenti al processo la piena consapevolezza del suo gesto. Così che il giudice Irene Urbón ha ribadito il suo diritto di porre fine alla sua vita affermando che i genitori non possono agire per suo conto.

Tanto più che da anni la ragazza non vive più con loro avendo trascorso buona parte della sua infanzia in affidamento perché sia sua mamma sia suo padre, gravati da dipendenza e problemi di salute mentale, erano stati privati ​​della custodia. Durante il processo sono stati ascoltati sette medici ed esperti che l’hanno visitata e che non hanno rilevato alcun processo depressivo, episodio psicotico o altri disturbi del pensiero. Il disturbo borderline di personalità, hanno spiegato, “non è una malattia, ma piuttosto la personalità di una persona”.

La sentenza, che condanna gli “Abogados Cristianos” al pagamento delle spese processuali, non è definitiva e può essere impugnata dinanzi alla Sezione del contenzioso amministrativo della Corte superiore di giustizia della Catalogna. L’organizzazione ha già annunciato che lo farà, quindi la procedura per l’eutanasia di Noelia potrebbe non essere ancora stata completata.

Ma questo caso rappresenta un importante passo avanti nella battaglia per il diritto a morire con dignità. In Europa, l’eutanasia è concessa solo in pochi paesi: Belgio, Lussemburgo, Germania, Spagna, Austria e Portogallo. In Italia questa pratica rimane ancora illegale. È invece possibile richiedere il suicidio medicalmente assistito, ossia l’aiuto indiretto a morire da parte di un medico.

Cristina De Palma, 23 marzo 2025

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