La tensione nel Medio Oriente ha raggiunto un nuovo picco nella recente crisi degli ostaggi che vede contrapposti Hamas e Israele, aggravando ulteriormente le ostilità in un contesto già segnato da profondi conflitti. In quello che era stato inizialmente considerato un possibile spiraglio per un cessate il fuoco e avviare trattative di pace, la questione degli ostaggi si è trasformata in motivo di ulteriori accuse reciproche e azioni militari aggressive.
Le aspettative per il rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas sono state deluse a seguito di un annuncio del gruppo terroristico, il quale ha motivato il posticipo del rilascio con presunte violazioni da parte di Israele degli accordi precedentemente stabiliti. Il nuovo scambio di prigionieri sarebbe dovuto avvenire sabato 15 febbraio, ma al momento è stato rinviato. Tra le contestazioni mosse da Hamas figurano il mancato via libera al ritorno degli sfollati nel nord della Striscia di Gaza, attacchi con bombe e artiglieria in diverse aree e l’ostacolo all’entrata degli aiuti umanitari. Il gruppo ha inoltre richiesto a Israele compensazioni per le violazioni subite nelle ultime settimane, ribadendo il proprio impegno agli accordi in attesa di reciproca adesione.
La risposta di Israele all’annuncio di Hamas non si è fatta attendere. Il Times of Israel riporta che il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha considerato l’accaduto una “total violation” della tregua in vigore, ordinando alle Forze di Difesa Israeliane (Idf) di prepararsi ad ogni possibile scenario a Gaza e sottolineando la ferma intenzione di non ritornare alla situazione precedente al 7 ottobre.
Itamar Ben Gvir, ex ministro e esponente dell’estrema destra israeliana, ha fatto appello per riprendere le ostilità contro Gaza, proponendo una vasta operazione militare che includa il blocco totale degli aiuti umanitari alla Striscia, rivelando un desiderio di escalation che, secondo lui, potrebbe eliminare la minaccia costituita da Hamas.
L’evolversi di questa situazione osservato con apprensione dalla comunità internazionale, solleva preoccupazioni di un peggioramento della già delicata stabilità regionale. Il rinnovato timore di una rottura definitiva del cessate il fuoco richiama urgentemente all’intervento organizzazioni e paesi mediatori per sostenere il ripristino e l’adempimento completo dell’accordo, essenziale per salvare gli ostaggi da condizioni descritte come critiche.
Un ulteriore elemento di complessità emerge dalle dichiarazioni di due fonti di sicurezza egiziane citate da Reuters e riprese dal Times of Israel, secondo cui i negoziatori di Hamas non considerano più valide le garanzie statunitensi per il cessate il fuoco, a seguito dei piani del presidente Usa Donald Trump di trasferire i palestinesi fuori da Gaza. Questo elemento aggiunge tensione alle negoziazioni in corso, aumentando i timori di un’interruzione del dialogo.
Va detto che il piano di The Donald resta ancora un po’ fumoso. Ma dopo aver spiegato che l’intenzione è quella di far “prendere il controllo” della Striscia agli americani, oggi intervistato da Bret Baier di Fox News Channel, ha ribadito che i gazawi non dovrebbero avere il diritto di tornare a Gaza perché dove verranno ricollocati (in teoria temporaneamente) “avranno alloggi molto migliori“. “In altre parole – ha aggiunto Trump – sto parlando di costruire un posto permanente per loro”. L’idea sarebbe quella di spostare i palestinesi di Gaza in aree costruite appositamente in Giordania o in Egitto o in altri Stati (che però, al momento, hanno respinto il piano della Casa Bianca e si rifiutano di accettare i profughi palestinesi). “Il presidente Trump ha presentato una visione nuova e rivoluzionaria per il giorno dopo Hamas – ha esultato Bibi Netanyahu alla Knesset – Dopo un periodo difficile, siamo d’accordo con l’amministrazione statunitense su tutti gli obiettivi della guerra”.